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Premio internazionale di letteratura Città di Como

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Intervista all’editor Laura Scarpelli, membro giuria del Premio Città di Como

Laura Scarpelli, editor di professione, è membro della qualificata giuria del Premio Internazionale di Letteratura “Città di Como”.

 


Le chiediamo: come cambia la narrativa oggi rispetto a 10 anni fa?

Mi sembra che cambi molto lentamente. Mi riferisco al panorama italiano.
In passato avevamo autori che poi “facevano scuola” e rimangono modelli indiscussi ancora oggi, primo fra tutti Calvino. Accanto a Calvino, possiamo citare Eco, Fallaci, Magris, Faletti, Saviano, per andare su più generi, autori che hanno varcato i nostri confini.

Nel panorama contemporaneo non abbiamo autori che emergono con forza, che lasciano traccia di sé.

In questi ultimi 10 anni l’unico esempio da citare forse è la FerranteL’amica Geniale è del 2011 e l’ultimo della serie del 2014 –  che si è affermata a livello mondiale (con un successo editoriale incredibilmente forte in Inghilterra e negli USA).
Forse non ha così profondamente innovato il genere narrativo rispetto a scrittori illustri del passato, ma il fatto che Il Time l’abbia inserita tra le 100 persone più influenti del mondo ne sottolinea i meriti.

Pertanto per quanto riguarda il mercato della narrativa, importiamo e traduciamo molti più libri di quanti non ne esportiamo.

Per il resto, mi pare sia privilegiato il genere giallo o poliziesco, che trova sempre più appassionati.
Molti sono gli autori del genere, forse – a parte Camilleri – ancora manca un nuovo “maestro” quale Scerbanenco ma in quest’ambito c’è molto fermento. Si fa sempre più forte anche la presenza di autrici donne, dato positivo.

Per concludere, però, non si può non preoccuparci del fatto che il numero di lettori non cresce, forse con il tempo si abbassa anche: i giovani, in particolare, leggono purtroppo molto poco.

 


Il mondo del digitale è una opportunità per chi vuole pubblicare o alla lunga può risultare un boomerang?

Né un’opportunità né un boomerang.
Il libro stampato su carta rispetto al libro digitale credo comunque che continui a rimanere l’aspirazione più alta di ogni autore.
Se fosse mia l’opera da pubblicare, come molti autori, desidererei percorrere insieme entrambi i canali. Anche per chi inizialmente provava una certa ritrosia alla mancanza dell’oggetto da tenere in mano, da godere anche fisicamente con tatto e olfatto, il digitale risponde ormai a esigenze pratiche di fruizione.

Per quanto riguarda il digitale come mezzo per arrivare sul mercato, si presenta sempre più come il primo step per il passaggio al libro scritto: sono frequenti (ma parliamo però sempre di numeri molto bassi) i casi di libri che nascono sul digitale che passano poi alla carta stampata.
Sotto altri aspetti il digitale è pericoloso e bisogna stare molto attenti: pullulano siti per autopubblicazione con costi anche elevati ma che non offrono un supporto davvero competente e serio di tipo editoriale, di marketing ecc. Fanno grandi promesse e a spese unicamente dell’autore.

Insomma, chi sogna di scrivere e pubblicare deve stare attento a chi si rivolge e, soprattutto, a valutare costi e benefici.

Non dobbiamo dimenticare che un editore – che usi la carta o che usi il formato digitale – è un imprenditore: deve investire a tutto tondo e lo fa quando seriamente valuta le potenzialità del prodotto mettendo a disposizione competenza e professionalità.

 


Come riconoscere un buon libro?

Non certo dalla copertina, anche se un’accattivante copertina attrae prima l’occhio di un potenziale acquirente-lettore sul banco in libreria delle proposte editoriali.
Intanto, riallaciandomi a quanto detto per il digitale, è una prima garanzia l’editore che lo pubblica che, con professionalità ed esperienza, accompagna tutte le necessarie fasi dalla valutazione alla realizzazione del prodotto finale. Per opere successive fa da garanzia anche la pubblicazione precedente dell’autore.
Non è in contrasto con quanto ho affermato sugli editori, ma non credo sia corretto anticipare un giudizio su un libro dalla quarta di copertina. Le quarte di copertina seguono regole particolari, devono condensare in poche righe contenuto e necessità di marketing e sono spesso e per forza soggettive: magari si muovono in una direzione che non corrisponde alla propria.
Per un’opera prima, invece, per alcuni aspetti possiamo riconoscerlo subito dalle prime pagine: un linguaggio corretto e fluente, magari originale: in 2/3 pagine il buon libro ben scritto colpisce subito e positivamente il lettore.

Per riconoscere un buon libro semplicemente bisogna leggero: trovare nella lettura qualcosa che ci comunica “qualcosa”, trovare una buona tenuta narrativa, una storia che funziona.

Penso però che – a parte caratteristiche di fondo imprescindibili per qualsiasi libro – un buon libro è quello che personalmente ti colpisce e, soprattutto, crea quella bellissima sensazione che provi quando pensi “non vedo l’ora di potermi rimettere a leggerlo e di finirlo”.
Se lo inizio, mi annoio e mi stufo, quasi da abbandonarlo, per me un buon libro non è.

 


Suggerisca a chi partecipa all’edizione 2019 del Premio cinque regole d’oro per non sfigurare.

Per cominciare avere quelle caratteristiche di fondo imprescindibili cui mi riferivo poco sopra, che sono tante.
Intanto, prima di avviarsi a scrivere, l’aspirante scrittore dovrebbe sempre porsi la domanda “Perché qualcuno dovrebbe perdere il proprio tempo a leggermi?” e dovrebbe cercare di dare una risposta che può essere la più varia ma che deve prescindere dai propri gusti e aspirazioni personali.
Se vogliamo cercare di delineare delle regole, la prima, la più importante, è scrivere con buon senso, regola che racchiude in sé tutta una serie di condizioni necessarie.
Innanzitutto “scrivere bene”, in modo fluido, chiaro, anche originale ma sempre perfettamente corretto.
La correttezza linguistica, grammaticale e sintattica ed espressiva, attraverso un lessico, particolare, forbito o no, ma efficace, è imprescindibile. Purtroppo questo è un terreno che, per diversi motivi, sta un po’ perdendo tenuta. Il percorso scolastico sempre più porta all’età adulta con aumentate lacune linguistiche.

Ma non ci si può improvvisare scrittori se non si ha padronanza e capacità di comunicare attraverso lo strumento della parola.

Scrivere con buon senso vuol dire anche, come già ho detto, “avere qualcosa da dire”, oltre al saperlo dire bene.  
Questo “qualcosa” che l’autore deve avere da dire, deve coinvolgermi, farmi provare un’emozione, quale essa sia.
Sulle cose che ha da dire non mi esprimo: un autore ha piena e totale libertà di spaziare dove desidera, sempre che quello che ci racconta non sia banale o userei apposta questa parola inutile.
Se io-autore scrivo qualcosa di intimo, per esempio, dev’essere utile, oltre che a me stesso pure agli altri, ai lettori, semplicemente perché li diverto e li incuriosisco o perché la mia esperienza intima porta uno spunto nuovo o diverso che stimola una riflessione.
Altra regola che vale per ogni genere narrativo, fino al fantastico: devo aver qualcosa da dire, devo scriverlo bene e quando lo dico devo stare attento alla tenuta narrativa.
Quanto scritto deve “tenere” per tutto il tempo, deve avere un inizio e una fine, uno sviluppo omogeneo e compatto in cui tutto è al posto giusto; possiamo avere vicende di tutti i tipi, magari anche avere equilibri diversi nelle varie parti che compongono lo scritto, ma poi il tutto si deve ricostruire.

La tenuta narrativa è ciò che fa di un’opera, romanzo o racconto, disordinato un qualcosa che sta in piedi.

Per finire, aggiungerei anche non ingannare sé stessi esagerando: intendo cioè non strafare per forza. Non scrivere “tanto”: non capita mai di pensare che un libro avrebbe potuto avere molte pagine in più; la maggior parte delle volte capita di pensare che sarebbe stato meglio se le stesse cose fossero state dette in un numero di pagine inferiore.
Non “arzigogolarsi” nella lingua: la ricerca spasmodica ed eccessiva delle parole a effetto, il voler per forza attingere all’aulico, al forbito, all’effetto sonoro o altro che sia, il più delle volte produce effetti negativi (talvolta no, ma la sperimentazione in questa direzione necessita di profonda esperienza).
Il troppo stroppia sempre, il buon senso ha sempre in sé anche la caratteristica dell’equilibrio.  

 

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